Il serpente non combatte Gilgamesh. Non ne ha bisogno.
Il re ha attraversato montagne sorvegliate da esseri mostruosi, camminato per ore dentro un buio senza alba, superato le Acque della Morte e raggiunto l’unico uomo a cui gli dèi abbiano concesso di non morire. Alla fine ha perfino strappato dal fondo delle acque una pianta capace di restituire vigore alla vecchiaia.
Non è ancora l’immortalità, ma è qualcosa. Gilgamesh decide di portarla a Uruk, provarla su un anziano e poi usarla. Per la prima volta, la salvezza sembra avere una forma che può tenere con sé.
Poi si ferma presso una sorgente. Si immerge nell’acqua. Un serpente sente il profumo della pianta, la prende e scompare, lasciando dietro di sé la pelle vecchia.
Gilgamesh resta sulla riva a mani vuote.
L’Epopea di Gilgamesh è spesso presentata come la storia del primo eroe che cerca l’immortalità e fallisce. È vero, ma non basta. Prima di cercare una vita infinita, Gilgamesh prova altri modi di non finire: il potere, l’impresa, la fama, la vittoria, il nome inciso nella memoria degli altri. Soltanto la morte di Enkidu trasforma un problema astratto nel terrore concreto di vedere il proprio corpo dentro quello dell’amico.
In breve: il poema non ci invita a “pensare positivo” davanti alla morte. Mostra qualcosa di più scomodo: possiamo usare forza, risultati e perfino grandi progetti per evitare di sentire il limite. La svolta comincia quando distinguiamo ciò che non possiamo trattenere da ciò che possiamo ancora proteggere, condividere e costruire.
In questo articolo18 sezioni
- Prima di Uruk: non esiste una sola Epopea di Gilgamesh
- Gilgamesh, il re che occupa tutto lo spazio
- Enkidu: il limite che diventa un amico
- La Foresta dei Cedri: cercare un nome contro la morte
- Ishtar, il Toro celeste e la vittoria che presenta il conto
- La morte di Enkidu: quando il limite prende il volto dell’amico
- Oltre le mappe: la corsa di Gilgamesh contro la propria fine
- Utnapishtim e il diluvio: l’eccezione non è un metodo
- Se non riesci a vincere il sonno, come vincerai la morte?
- La pianta, il serpente e l’ultima scorciatoia
- Il ritorno alle mura: ciò che resta non è ciò che non muore
- Che cosa ci lascia davvero l’Epopea di Gilgamesh
- La pratica Lazy — Le tre mura di Uruk
- Dove questa lettura non basta
- Il re torna, ma non torna uguale
- Domande frequenti sull’Epopea di Gilgamesh
- Fonti e nota di metodo
- Continua da qui
Prima di Uruk: non esiste una sola Epopea di Gilgamesh
Quello che chiamiamo Epopea di Gilgamesh non nasce in un giorno e non proviene da un unico manoscritto integro.
Gilgamesh — Bilgames nei testi sumerici — è un re leggendario di Uruk. Se dietro di lui esistette un sovrano storico, sarebbe vissuto nel III millennio a.C., ma non possediamo testimonianze contemporanee che permettano di ricostruirne la biografia. Secoli dopo, diverse storie sumeriche raccontano episodi separati: Gilgamesh e Agga, la spedizione contro Huwawa, il Toro celeste, la morte di Gilgamesh, Enkidu e il mondo dei morti.
Nel periodo paleobabilonese alcune di queste tradizioni confluiscono in un poema accadico oggi noto dal suo inizio come Colui che superava tutti gli altri re. Più tardi si afferma la versione babilonese standard, Colui che vide il profondo, tradizionalmente associata allo scriba Sîn-lēqi-unninni. È soprattutto questa composizione in undici tavolette a costruire l’arco che va dal re senza misura al viaggiatore che torna a guardare le mura della propria città.
Le tavolette sono lacunose, provengono da luoghi e secoli diversi e non sempre concordano. Persino il celebre consiglio di Siduri sul godere i gesti quotidiani è conservato nella versione paleobabilonese, mentre la versione standard le assegna un ruolo diverso. La dodicesima tavoletta, inoltre, riprende in accadico una parte di un racconto sumerico e riporta Enkidu in scena: non funziona come un normale capitolo successivo.
Perciò, quando qui raccontiamo “il mito”, seguiamo soprattutto la versione standard, segnalando le varianti che cambiano davvero il significato.
Gilgamesh, il re che occupa tutto lo spazio
Uruk ha mura immense, templi, mercati e canali. Ha anche un problema: il suo re.
La versione standard descrive Gilgamesh come due terzi divino e un terzo umano, eccezionale nel corpo e nella mente. Ma il poema non apre celebrando un sovrano perfetto. Gli abitanti si lamentano perché la sua energia non conosce riposo né confine. Il re pretende, sfida, mobilita, invade la vita delle famiglie. Alcuni passi sono frammentari e discussi, ma il quadro è chiaro: una forza senza misura è diventata oppressione.
Gilgamesh non è malvagio in modo semplice. È peggio e più interessante: possiede qualità reali che nessuno riesce a contenere. La sua grandezza, priva di un limite esterno, schiaccia proprio la città che dovrebbe custodire.
Gli dèi non lo eliminano. Creano qualcuno capace di stargli davanti.
Enkidu: il limite che diventa un amico
La dea Aruru modella Enkidu nella steppa. È coperto di peli, vive con gli animali, beve alle pozze con le gazzelle e rovina le trappole del cacciatore. Non conosce Uruk, il pane, gli abiti o le regole della città.
Per allontanarlo dal mondo animale viene chiamata Shamhat, una donna legata alla vita urbana. Le vecchie traduzioni la presentavano spesso come “prostituta sacra”, formula oggi discussa e troppo sicura rispetto a ciò che sappiamo. Nel racconto la sessualità è parte della trasformazione di Enkidu, ma non è l’unico passaggio: seguono il cibo preparato, la birra, il lavarsi, l’olio, i vestiti, la parola e l’ingresso nella comunità.
Il poema guarda tutto questo dalla prospettiva della città mesopotamica. Diventare civile significa guadagnare conoscenza e relazioni, ma anche perdere l’immediatezza con gli animali che ora fuggono da Enkidu. Non è una promozione senza costo.
Quando viene a sapere come Gilgamesh esercita il proprio potere, Enkidu va a Uruk. I due si scontrano davanti a una porta, in una scena collegata a un matrimonio ma conservata in modo incompleto. Lottano con una forza tale da scuotere stipiti e muri. Nessuno dei due riesce più a vivere come se fosse l’unica creatura potente al mondo.
Poi accade una cosa decisiva: il rivale diventa compagno.
Enkidu non guarisce Gilgamesh con un discorso. Gli offre resistenza, somiglianza e presenza. Per la prima volta il re incontra qualcuno che può dirgli di no, seguirlo nel pericolo e guardarlo senza essere soltanto un suddito.
Sosta Lazy — Non sempre ti serve qualcuno che ti dia ragione
Un limite affidabile non è necessariamente un ostacolo. Può essere una persona che interrompe una decisione impulsiva, una regola che impedisce al lavoro di divorare tutto, un corpo che chiede riposo o un dato che smentisce un progetto amato.
La domanda non è “chi mi frena?”. È: chi o che cosa mi impedisce di occupare tutto lo spazio senza accorgermene?
La Foresta dei Cedri: cercare un nome contro la morte
Dopo aver incontrato il proprio pari, Gilgamesh non sceglie una vita tranquilla. Propone a Enkidu una spedizione verso la Foresta dei Cedri per affrontare Humbaba, il guardiano posto là dal dio Enlil.
Nelle storie sumeriche più antiche la motivazione è già esplicita: gli esseri umani non possono oltrepassare il termine della vita, quindi Gilgamesh vuole stabilire il proprio nome nelle montagne. Se il corpo non può durare, durerà la fama.
Enkidu conosce la foresta e sa quanto sia terribile il guardiano. Gli anziani di Uruk sono prudenti. Ninsun, madre divina di Gilgamesh, prega il dio Sole e accoglie Enkidu come figlio. Ogni passaggio dice al re che l’impresa non è un semplice gioco. Lui parte lo stesso.
Durante il viaggio Gilgamesh sogna più volte immagini spaventose. Enkidu le interpreta in modo favorevole e lo rimette in cammino. La loro amicizia li rende capaci di attraversare la paura; ma proprio questa capacità può trasformarsi in un acceleratore. Due persone che si sostengono non producono automaticamente una decisione giusta.
Quando Humbaba è sconfitto, implora di essere risparmiato. Gilgamesh per un momento esita. Enkidu lo spinge a terminare l’azione prima che gli dèi intervengano. Uccidono il guardiano, abbattono i cedri e trasformano una parte del bosco in bottino e monumento.
Il poema non rende Humbaba innocuo: è terribile e letale. Ma lo presenta anche come custode di uno spazio affidatogli da una divinità. La vittoria resta ambigua. Gilgamesh ottiene il nome che cercava, ma oltrepassa un confine e porta a Uruk le conseguenze insieme al legname.

Sosta Lazy — Un’impresa può essere coraggiosa e sbagliata nello stesso momento
Quando desideriamo dimostrare di valere, tendiamo a contare solo la difficoltà: “Se è duro, allora è importante”. Gilgamesh ricorda che la fatica non rende automaticamente buona una meta.
Prima di un’impresa costosa, prova una verifica rapida: se nessuno sapesse che l’ho fatta, la riterrei ancora necessaria? Se la risposta cambia, forse nel progetto c’è anche una lotta per il nome.
Ishtar, il Toro celeste e la vittoria che presenta il conto
Rientrato a Uruk, Gilgamesh indossa abiti regali. La dea Ishtar gli propone di diventare suo sposo. Lui rifiuta e le ricorda, con parole feroci, il destino dei suoi precedenti amanti. Non è un rifiuto rispettoso: è un’umiliazione pubblica.
Ishtar chiede al padre Anu il Toro celeste. La creatura scende sulla città, apre voragini e uccide molti uomini. Gilgamesh ed Enkidu riescono ad abbatterla. Ancora una volta sono vivi, insieme, davanti a qualcosa che avrebbe dovuto superarli.
Ma questa volta la vittoria non chiude l’episodio. Gli dèi decidono che uno dei due deve morire per l’uccisione di Humbaba e del Toro. La condanna cade su Enkidu.
Prima di ammalarsi, Enkidu sogna l’assemblea divina. Durante la malattia maledice la porta di cedro costruita con il legname della foresta, il cacciatore e Shamhat; poi, richiamato dal dio Sole, ritira almeno in parte la maledizione contro la donna che gli ha dato accesso al pane, agli abiti e soprattutto all’amicizia con Gilgamesh.
Il poema non offre una contabilità morale perfetta. Enkidu partecipa alle decisioni e spinge Gilgamesh a colpire Humbaba, ma è anche colui che paga. La morte arriva come conseguenza, punizione divina e ingiustizia percepita nello stesso tempo.
La morte di Enkidu: quando il limite prende il volto dell’amico
Gilgamesh aveva già visto morire gli abitanti di Uruk. Aveva costruito la propria fama sapendo che gli uomini finiscono. Eppure quella conoscenza non lo aveva cambiato.
Con Enkidu è diverso.
Gilgamesh chiama a piangere le strade percorse insieme, la foresta, i fiumi, gli anziani, gli animali della steppa e l’intera città. Tocca il cuore dell’amico e non trova movimento. Resta vicino al corpo finché la decomposizione rende impossibile continuare a chiamare sonno ciò che è morte.
Da quel momento il problema non è soltanto: “Enkidu non c’è più”. È anche: “Io diventerò come lui”.
Gilgamesh abbandona gli abiti regali, indossa pelli e vaga nella steppa. Il sovrano che voleva estendere il proprio nome oltre ogni confine ora fugge da un fatto che non può governare.

Sosta Lazy — Il dolore non è sempre un errore da correggere
Il lutto di Gilgamesh è disordinato, ripetitivo e fisico. Il poema non lo riduce a una lezione elegante. Questo non significa che ogni forma di sofferenza debba essere affrontata da soli o lasciata crescere senza aiuto. Significa che la tristezza per una perdita non è automaticamente un guasto.
A volte il tentativo di “tornare quello di prima” aggiunge una seconda lotta alla prima: oltre all’assenza, combattiamo contro il fatto di essere cambiati. Anche Orfeo, quando tenta di riportare Euridice oltre la soglia, scopre che recuperare non equivale a ripristinare.
Oltre le mappe: la corsa di Gilgamesh contro la propria fine
Gilgamesh ha sentito parlare di Utnapishtim, sopravvissuto a un diluvio e reso immortale dagli dèi. Se esiste un’eccezione, il re vuole trovarla.
Raggiunge il monte Mashu, sorvegliato da esseri-scorpione. Attraversa un tunnel in cui il sole passa durante la notte: per molte ore non vede nulla davanti o dietro di sé. Quando emerge trova un giardino impossibile, con frutti simili a pietre preziose. Ma non si ferma. La bellezza non risponde alla sua domanda.
Arriva da Siduri, una figura divina legata alla birra e a una taverna posta ai confini del mondo. Vedendo un essere consumato, sporco e vestito di pelli, lei chiude la porta. Gilgamesh deve spiegare chi è e perché il volto dell’eroe somiglia ormai a quello di un vagabondo.
Nella versione paleobabilonese, Siduri prova a spostare la sua attenzione verso la vita quotidiana: mangiare, lavarsi, indossare abiti puliti, amare la famiglia, riconoscere le gioie assegnate agli esseri umani. Non è un invito a fare festa per non pensare. È un limite posto alla fantasia che la vita reale cominci soltanto dopo aver risolto la morte.
Nella versione standard questo discorso non compare nella stessa forma. Siduri indica a Gilgamesh la via verso Urshanabi, il barcaiolo che può attraversare le Acque della Morte. La differenza conta: non dobbiamo fondere le due scene e fingere che ogni tavoletta dica la stessa cosa.
Utnapishtim e il diluvio: l’eccezione non è un metodo
Gilgamesh raggiunge Utnapishtim e rimane deluso dal suo aspetto. L’uomo immortale non sembra una creatura di un’altra specie. Il re vuole sapere come abbia ottenuto ciò che a tutti gli altri è negato.
Utnapishtim racconta il diluvio. Avvertito segretamente dal dio Ea, costruisce una grande imbarcazione, vi porta famiglia, artigiani, beni e creature viventi. La tempesta travolge il mondo; quando le acque calano, libera degli uccelli per cercare la terra. Dopo il sacrificio, lui e sua moglie ricevono una vita senza fine in un luogo remoto.
Il racconto mesopotamico condivide elementi con altre tradizioni del Vicino Oriente antico, compreso il successivo racconto biblico di Noè, ma non è la stessa storia e non nasce come prova moderna di un singolo evento globale. All’interno dell’epopea serve soprattutto a chiarire una cosa: Utnapishtim non possiede una tecnica replicabile. È sopravvissuto a un evento irripetibile e ha ricevuto dagli dèi un’eccezione.
Gilgamesh è arrivato fino ai confini del mondo per ottenere una procedura. Trova un precedente che non può trasformare in istruzioni.
Se non riesci a vincere il sonno, come vincerai la morte?
Utnapishtim propone una prova apparentemente più piccola: restare sveglio per sei giorni e sette notti.
Gilgamesh si addormenta quasi subito.
La moglie di Utnapishtim prepara un pane per ogni giorno del suo sonno. Quando il re si sveglia, crede di essersi assopito per un momento; i pani, in diversi stati di conservazione, diventano una misura del tempo che la sua percezione non può contestare.
La scena è quasi crudele nella sua semplicità. Gilgamesh ha abbattuto mostri, ma ogni notte compie già una piccola resa. Il corpo che vuole rendere eterno non obbedisce neppure al comando di restare cosciente.
Non è un’umiliazione del sonno. È il crollo dell’idea che abbastanza volontà possa trasformare ogni limite in un compito.
La pianta, il serpente e l’ultima scorciatoia
La moglie di Utnapishtim chiede che Gilgamesh non riparta senza un dono. L’immortale gli rivela l’esistenza di una pianta nel profondo delle acque, capace non di impedire la morte, ma di restituire vigore a chi è diventato vecchio.
Gilgamesh lega pietre ai piedi, scende, si ferisce con le spine e recupera la pianta. La sua prima intenzione non è mangiarla di nascosto: vuole portarla a Uruk e provarla su un anziano. L’uomo partito per salvare soltanto se stesso comincia almeno a immaginare un beneficio condiviso.
Poi arriva il serpente.
Il testo non consegna un dizionario dei simboli. Il cambio della pelle rende naturale collegare l’animale al rinnovamento, ma non esiste un’unica interpretazione obbligatoria. Per Gilgamesh il risultato è concreto: l’ultima soluzione trasportabile è perduta.
Questa volta non insegue il ladro, non sfida un altro guardiano e non scende di nuovo. Si siede e piange. Poi riprende la strada.

Il ritorno alle mura: ciò che resta non è ciò che non muore
Quando Gilgamesh torna a Uruk, mostra a Urshanabi le mura: le fondamenta, i mattoni, la città divisa nei suoi spazi. Sono le stesse mura che il poema aveva invitato il lettore a osservare all’inizio.
È facile ridurre il finale a una morale rassicurante: “Non puoi vivere per sempre, ma le tue opere sì”. Anche questo è troppo semplice. Le città crollano, i nomi si perdono e lo stesso poema è arrivato fino a noi in frammenti sepolti.
La trasformazione più importante non è che Gilgamesh abbia trovato un sostituto perfetto dell’immortalità. È che torna nel luogo da cui era partito e finalmente lo vede. Le mura non sono più soltanto il monumento del re: racchiudono una comunità verso cui ha responsabilità. Il viaggio, inoltre, viene narrato e inciso. La conoscenza ottenuta nel fallimento diventa condivisibile.
Il re non ottiene una vita senza fine. Ottiene una storia con un confine, e proprio per questo può darle una forma.
Che cosa ci lascia davvero l’Epopea di Gilgamesh
1. Il potere senza limite non protegge
All’inizio Gilgamesh confonde la possibilità di fare qualcosa con il diritto di farla. Enkidu gli offre il primo argine. La maturità del re non consiste nel diventare debole, ma nel collegare la forza a una responsabilità.
2. L’amicizia ci rende più forti e più vulnerabili
Con Enkidu, Gilgamesh affronta ciò che da solo non avrebbe attraversato. Ma proprio il legame apre la ferita che nessuna impresa può chiudere. Evitare ogni attaccamento per non soffrire ridurrebbe anche la parte di vita che il dolore dimostra essere stata reale.
3. La fama può nascondere la stessa paura che promette di vincere
La spedizione nella Foresta dei Cedri nasce dalla consapevolezza della morte. Fare qualcosa che conti non è sbagliato. Il problema comincia quando ogni progetto deve certificare che siamo eccezionali, indispensabili o impossibili da dimenticare.
4. Accettare un limite non significa smettere di agire
Gilgamesh non torna a Uruk per sdraiarsi e aspettare. Torna a governare, costruire, raccontare e guardare la città con occhi diversi. Accettazione, qui, non è approvazione né resa: è smettere di investire tutta la forza contro una porta che non può aprirsi, così da usarla dove produce ancora cura.
Come nel mito di Sisifo, il confine non rende automaticamente inutile il gesto. E come in Seth contro Apopi, il fatto che una lotta ritorni non significa che ogni vittoria debba essere definitiva per avere valore.
La pratica Lazy — Le tre mura di Uruk
Prendi una nota. Dividila in tre righe:
- Non posso impedire: nomina un limite reale che stai tentando di trattare come un problema tecnico.
- Posso proteggere oggi: scrivi una persona, una relazione, una parte del corpo o una risorsa che merita cura.
- Posso costruire: scegli un gesto piccolo che resti utile anche se nessuno lo applaude.
Versione MINI — 20 secondi
Completa soltanto questa frase: “Non posso controllare ___, ma nei prossimi due minuti posso ___.”
Versione BASE — massimo 120 secondi
Scrivi le tre righe e fai subito il gesto più piccolo: invia un messaggio, prepara ciò che ti serve per domani, chiudi una scheda inutile, bevi un bicchiere d’acqua, segna un appuntamento, archivia una promessa che non manterrai.
Piano B — una sola parola
Se oggi non hai spazio, scegli: limite, cura oppure opera. Non risolve la morte. Ti ricorda dove mettere il prossimo passo.
Dove questa lettura non basta
L’Epopea di Gilgamesh può offrire parole e immagini per pensare al lutto e alla paura di morire. Non sostituisce un sostegno reale.
Se il dolore rende impossibili per molto tempo il sonno, il lavoro, la cura di te o le relazioni; se l’ansia della morte produce crisi frequenti o evitamenti che restringono la vita; se compaiono pensieri di farti del male, parlarne con un professionista o con un servizio di emergenza non è un fallimento filosofico. È una forma concreta di protezione.
Il mito non ci chiede di affrontare da soli le Acque della Morte. Gilgamesh stesso ha bisogno di Enkidu, Siduri, Urshanabi, Utnapishtim e perfino della richiesta della moglie di Utnapishtim perché il viaggio possa continuare.
Il re torna, ma non torna uguale
All’inizio Gilgamesh è dentro Uruk e non la vede. Occupa la città, usa la propria forza e guarda oltre le mura in cerca di un nome abbastanza grande da sopravvivere.
Alla fine ha perso Enkidu, fallito la prova del sonno e lasciato la pianta a un serpente. Torna senza il premio che cercava. Eppure è finalmente capace di indicare le mura a qualcun altro.
Forse è questo il cambiamento più umano del poema: smettere di chiedere alla vita di non finire e cominciare a vedere ciò che, mentre siamo qui, ci è affidato.
Non scegliamo se essere mortali. Possiamo ancora scegliere come usare la forza, chi lasciare entrare, quali confini rispettare e quale tratto di muro costruire insieme.
Domande frequenti sull’Epopea di Gilgamesh
Gilgamesh è realmente esistito?
È possibile che la figura leggendaria conservi il ricordo di un re di Uruk del III millennio a.C., ma non abbiamo fonti contemporanee sufficienti per ricostruire un Gilgamesh storico. Le testimonianze letterarie e le liste reali sono posteriori.
L’Epopea di Gilgamesh è il primo libro della storia?
È più prudente definirla una delle più antiche grandi opere narrative sopravvissute. Esistono testi precedenti e le sue versioni si sono formate durante molti secoli. Inoltre non era un “libro” nel senso moderno, ma un’opera trasmessa su tavolette d’argilla.
Perché gli dèi creano Enkidu?
Gli abitanti di Uruk chiedono sollievo dall’eccesso di Gilgamesh. Enkidu viene creato come suo equivalente e contrappeso. Lo scontro fra i due interrompe l’isolamento del re e si trasforma in amicizia.
Perché Enkidu muore?
Nella versione standard, dopo l’uccisione di Humbaba e del Toro celeste gli dèi stabiliscono che uno dei due compagni debba morire. La condanna cade su Enkidu. Il poema mantiene una tensione tra conseguenza delle loro azioni, decisione divina e perdita vissuta come ingiusta.
Che cosa rappresenta il serpente?
La muta collega chiaramente il serpente al rinnovamento che Gilgamesh perde. Oltre questo, le letture simboliche sono interpretazioni: il testo non impone un’unica equivalenza universale tra serpente, male o destino.
Il diluvio di Gilgamesh è uguale a quello di Noè?
No. Esistono somiglianze importanti — l’avvertimento, l’imbarcazione, la salvezza di esseri viventi, gli uccelli liberati e il sacrificio finale — ma anche differenze di dèi, motivazioni, struttura e significato. I racconti appartengono a una storia più ampia di tradizioni del Vicino Oriente antico.
Gilgamesh diventa immortale?
Non ottiene l’immortalità corporea. Torna a Uruk dopo aver fallito la prova del sonno e perso la pianta del ringiovanimento. Tradizioni mesopotamiche differenti gli assegnano dopo la morte un ruolo prestigioso nel mondo infero, ma non cancellano il limite umano al centro dell’epopea.
La tavoletta XII continua la storia?
Non in modo lineare. È legata al racconto sumerico Gilgamesh, Enkidu e il mondo dei morti e presenta Enkidu di nuovo vivo. Per questo viene spesso letta come appendice tradizionale, non come il capitolo cronologicamente successivo al ritorno di Gilgamesh.
Fonti e nota di metodo
Questo articolo distingue il più possibile le composizioni sumeriche, la versione paleobabilonese e la versione babilonese standard. Il testo è frammentario: ricostruzioni e traduzioni possono differire nei nomi, nell’ordine dei versi e nell’interpretazione di singoli episodi.
Testi, tavolette e corpora
- Electronic Babylonian Library — Poem of Gilgameš, corpus accadico con tavolette, frammenti e traduzioni.
- Electronic Text Corpus of Sumerian Literature — composizioni su Gilgamesh, University of Oxford.
- Gilgamesh e Huwawa, versione A, ETCSL.
- La morte di Gilgamesh, ETCSL.
- The Flood Tablet, K.3375, British Museum: frammento della tavoletta XI.
- CBS 7771, seconda tavoletta paleobabilonese, Penn Museum.
Contesto e letture ulteriori
- Ira Spar, “Gilgamesh”, Metropolitan Museum of Art.
- The Epic of Gilgamesh: Ancient poem as modern inspiration, SOAS University of London.
- Andrew George, The Epic of Gilgamesh, Penguin Classics, 1999; e The Babylonian Gilgamesh Epic, Oxford University Press, 2003.
- Sophus Helle, Gilgamesh: A New Translation of the Ancient Epic, Yale University Press, 2021.


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