Ulisse apre gli occhi sulla spiaggia. Il ritorno a Itaca dovrebbe cominciare con una certezza: essere a casa. Ci sono pietre, alberi, un porto. Ma lui non li riconosce. Dopo vent’anni di assenza, il ritorno comincia così: con un uomo che ha attraversato il mare e adesso non sa dove si trova.
Ulisse e il ritorno a Itaca raccontano una domanda meno comoda del solito «non mollare mai»: come cambi abbastanza da affrontare ciò che incontri, senza perdere ciò per cui ti sei messo in viaggio? Nell’Odissea la risposta passa attraverso ingegno, paura, aiuti, errori e riconoscimenti. E passa anche da Penelope, che non ha nessuna intenzione di credere al primo tizio che entra e dice di essere suo marito.
Seguiamo il poema attribuito a Omero. Le riflessioni sulla resilienza sono nostre letture contemporanee, legate alle scene; le illustrazioni con animali sono reinterpretazioni originali. Ulisse è una lontra marina, Penelope una lontra di fiume, Atena un richiamo simbolico nella civetta. Argo resta un cane, come nel racconto.
In questo articolo16 sezioni
- Prima di Itaca: una guerra, un figlio, vent’anni fuori casa
- Calipso: scegliere il ritorno a Itaca
- Polifemo: l’ingegno salva, il bisogno di firma presenta il conto
- Le Sirene: preparare il limite prima di averne bisogno
- La zattera nella tempesta: cambiare il mezzo per salvare il viaggio
- Il ritorno a Itaca passa anche dai Feaci
- Ulisse e il ritorno a Itaca: essere a casa senza riconoscerla
- Telemaco e Argo: il ritorno a Itaca incontra il tempo passato
- Penelope: aspettare non significa rinunciare all’ingegno
- Il letto d’ulivo: un punto fermo che non vive di proclamazioni
- Il ritorno a Itaca non finisce con una porta chiusa
- Una piccola rotta Lazy, quando il piano non tiene
- Il ritorno a Itaca: le domande su Ulisse
- Le quattro scene di Ulisse su LazyPaint
- Fonti e nota editoriale
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Prima di Itaca: una guerra, un figlio, vent’anni fuori casa
Ulisse, chiamato Odisseo nel nome greco, è il re di Itaca. È partito per la guerra di Troia lasciando Penelope e il piccolo Telemaco. La guerra dura dieci anni; il ritorno ne occupa altri dieci. Quando il poema comincia, gli altri superstiti sono già rientrati oppure sono morti. Lui è ancora lontano.
L’Odissea non racconta il viaggio come un diario ordinato. Parte da una casa senza il suo padrone e da un figlio che cerca notizie. Ci porta poi da Ulisse, trattenuto sull’isola di Calipso; molte avventure precedenti le ascolteremo dalla sua voce, alla corte dei Feaci. È un racconto dentro il racconto: l’eroe deve anche trovare il modo di dire ciò che gli è successo.
A Itaca i pretendenti, i Proci, consumano le risorse del palazzo e premono perché Penelope scelga un nuovo marito. Telemaco è cresciuto nel vuoto lasciato dal padre. Tornare, dunque, non significa riaprire una porta rimasta identica. Significa entrare in rapporti che il tempo ha trasformato, mentre qualcun altro ha occupato lo spazio dell’assente.
È già un primo punto concreto: puoi avere un luogo in mente per anni, ma quel luogo continua a vivere. Le persone non restano immobili in attesa del tuo arrivo.
Calipso: scegliere il ritorno a Itaca
L’isola di Calipso è bellissima. Ci sono acqua, alberi, una grotta, il profumo del fuoco. La dea ha accolto Ulisse dopo un naufragio, ma lo trattiene: nel canto V il suo desiderio di tornare è accompagnato da pianto e sofferenza. Non è una vacanza romantica da cui fatica a staccarsi. È una permanenza che non ha scelto di prolungare.
Quando gli dèi ordinano di lasciarlo partire, Calipso gli presenta ancora un’alternativa: restare, evitare nuove fatiche e ricevere l’immortalità. Ulisse sa che Penelope è mortale e che Itaca non è un paradiso. Eppure sceglie il ritorno a Itaca. Non sostiene che casa sua sia il posto migliore in assoluto; sostiene che è il posto verso cui desidera andare.
Qui il poema lascia aperta una distinzione utile. Una possibilità può essere prestigiosa, comoda, persino invidiabile, e non corrispondere alla vita che vuoi abitare. Ma non basta chiamare «Itaca» qualunque impulso e dichiararlo sacro. La direzione va riconosciuta, verificata, qualche volta corretta. Nel racconto di Ulisse ha nomi precisi: una terra, una casa, un figlio, una relazione.
Per noi la domanda può diventare piccola: che cosa sto cercando di proteggere dentro questo progetto? Se la risposta è solo «fare bella figura», forse sto remando per un’altra destinazione.
Polifemo: l’ingegno salva, il bisogno di firma presenta il conto
Fra le avventure narrate ai Feaci c’è la grotta di Polifemo. Il Ciclope chiude l’uscita con un masso e uccide alcuni compagni. La forza degli uomini non basta. Ulisse lo fa ubriacare, gli dice di chiamarsi Nessuno e prepara l’accecamento con un palo. Quando Polifemo chiama aiuto, il nome falso confonde gli altri Ciclopi.
La fuga richiede un secondo adattamento. Polifemo controlla le pecore tastandone il dorso; gli uomini passano sotto gli animali. Ulisse esce aggrappato al ventre dell’ariete. Per restare vivo, il re deve accettare una posizione che non somiglia affatto a quella di un re.
Poi, quando la nave si allontana, rovina una parte del vantaggio. Non gli basta essere salvo: vuole che il nemico sappia chi lo ha sconfitto. Ignora la prudenza dei compagni e rivela il proprio nome. Polifemo può allora invocare suo padre Poseidone contro un bersaglio riconoscibile.
È l’ambivalenza dell’ingegno di Ulisse: può servire la sopravvivenza oppure il desiderio di gloria. La stessa persona che inventa Nessuno non sopporta di restare senza firma. Non c’è bisogno di trasformarlo in uno stupido per vedere l’errore; è proprio la sua intelligenza a rendere più amaro il conto.
La micro-pausa che possiamo prendere da questa scena è semplice: prima di inviare l’ultima risposta pungente, chiediti che cosa aggiunge al risultato. Se serve soltanto a far sapere che hai vinto, potrebbe riaprire la grotta.
Le Sirene: preparare il limite prima di averne bisogno
Con le Sirene Ulisse usa un’altra strategia. Circe gli ha spiegato il pericolo e gli ha indicato come attraversarlo. Ai compagni mette la cera nelle orecchie; per sé sceglie le corde all’albero della nave. Dà un ordine anticipato: quando chiederà di essere liberato, dovranno stringere i legami.
Il canto arriva. Ulisse vuole seguirlo e tenta di farsi sciogliere. La salvezza dipende dal fatto che gli altri rispettino la decisione presa prima, quando poteva valutare il rischio. L’eroe non è improvvisamente diventato immune al fascino: ha costruito una situazione in cui il suo cedimento momentaneo non decide tutto.
È una lettura contemporanea, non una teoria psicologica formulata da Omero: a volte l’ingegno consiste nell’organizzare il contesto. Puoi disattivare una notifica, stabilire quando interrompere un lavoro, chiedere a qualcuno un controllo preciso. Il limite scelto in anticipo può risparmiare una discussione con te stesso nel momento peggiore.
Il canto XII contiene però anche Scilla, che porta via sei uomini, e la successiva rovina della nave dopo l’uccisione dei buoi del Sole. Nessuna strategia rende Ulisse onnipotente. Tornerà solo. Il poema conserva i morti dentro il viaggio: non sono semplici gradini che servono a farlo crescere.
La zattera nella tempesta: cambiare il mezzo per salvare il viaggio
Torniamo alla partenza da Calipso. Ulisse costruisce una zattera, prepara una vela, porta acqua e provviste. Lavora con competenza. Dopo molti giorni vede la terra dei Feaci; Poseidone scatena la tempesta proprio quando l’approdo sembra vicino.

La zattera si rompe. Leucotea gli offre un velo protettivo e lo invita a nuotare verso la costa. Ulisse esita: ha già incontrato abbastanza inganni da non fidarsi immediatamente. Decide di restare sulle travi finché tengono; quando il mare le distrugge, cambia. Abbandona i vestiti che lo appesantiscono, usa il velo, entra in acqua.
La destinazione resta, il mezzo no. Aveva costruito quella zattera con fatica, ma non per custodire una zattera: l’aveva costruita per vivere e proseguire. Quando lo strumento non serve più, attaccarcisi può diventare il pericolo.
Vicino alla costa le rocce rischiano di ucciderlo. Cerca un accesso più sicuro e raggiunge una foce; invoca il dio del fiume, restituisce il velo e trova riparo sotto gli ulivi. Alla fine dorme. La scena non finisce con un discorso trionfale: finisce con un corpo esausto che ha bisogno di protezione.
Il ritorno a Itaca passa anche dai Feaci
Il naufrago incontra Nausicaa, viene indirizzato al palazzo e trova accoglienza presso Arete e Alcinoo. Ha bisogno di cibo, vestiti, ascolto e di una nave. Nella corte dei Feaci piange ascoltando il canto della guerra di Troia; poi racconta il proprio viaggio e rivela il suo nome.
Polifemo e i Feaci mostrano due usi diversi dell’identità. Alla grotta, dire il nome soddisfa l’orgoglio e lo espone. Qui permette agli ospiti di capire chi stanno aiutando. Non esiste una sola postura buona per tutte le situazioni: bisogna leggere la relazione e il momento.
I Feaci lo riportano a Itaca mentre dorme. L’immagine è quasi una provocazione per il nostro culto dell’eroe autonomo: l’ultimo tratto del mare non lo supera con un’altra prova muscolare. Lo supera affidandosi a persone che hanno una nave e conoscono la rotta.
La resilienza, se usiamo questa parola come lente moderna, non può essere soltanto una qualità custodita dentro un individuo. Nel racconto ci sono ospitalità, informazioni, strumenti, protezioni divine. Nella vita ordinaria una domanda precisa può aiutare più di un’altra settimana a stringere i denti: «Mi serve capire questo passaggio; puoi guardarlo con me?».
Ulisse e il ritorno a Itaca: essere a casa senza riconoscerla
È la spiaggia da cui siamo partiti. I Feaci lasciano Ulisse addormentato insieme ai doni ricevuti. Quando si sveglia, la nebbia stesa da Atena gli impedisce di riconoscere l’isola. Teme persino di essere stato ingannato. La meta è raggiunta, la certezza ancora no.

Atena si presenta sotto mentite spoglie; lui risponde inventando un’altra storia. Quando la dea si rivela e dissolve la nebbia, Ulisse riconosce il paesaggio. Poi deve ascoltare ciò che è cambiato nel palazzo. Il ritorno richiede informazioni, non soltanto entusiasmo.
Atena modifica il suo aspetto e gli dà quello di un mendicante anziano. Ulisse accetta un ingresso senza insegne. Va prima dal porcaro Eumeo, che gli offre ospitalità senza sapere chi sia; lì potrà incontrare Telemaco e preparare il rientro.
Cambiare ruolo senza perdersi non significa fare sempre la stessa cosa in abiti diversi. Qui il re sospende il proprio ruolo pubblico per osservare la situazione. Per noi può voler dire tornare principianti dopo un cambiamento, fare una domanda invece di esibire competenza, accettare che l’esperienza passata non descriva automaticamente il presente.
Telemaco e Argo: il ritorno a Itaca incontra il tempo passato
Con Telemaco il riconoscimento non è immediato. Quando Atena restituisce al padre il suo aspetto, il figlio teme di avere davanti una divinità. Ulisse lo rassicura; i due piangono e cominciano a costruire un piano. Il bambino lasciato a casa è diventato qualcuno con cui bisogna parlare e agire.
Alla soglia del palazzo c’è poi Argo. Il vecchio cane è trascurato, troppo debole per avvicinarsi. Riconosce il padrone, muove la coda e abbassa le orecchie. Ulisse nasconde una lacrima a Eumeo. Poco dopo, nel racconto, Argo muore.

Il ritorno a Itaca incontra qui un limite: non può restituire tutto. Puoi tornare e trovare un legame ancora capace di riconoscerti; non per questo puoi restituirgli gli anni perduti. Il viaggio non consegna indietro tutto ciò che ha consumato.
Vale anche per ritorni molto più piccoli: una persona trascurata, un’amicizia lasciata ferma, una parte della propria vita rimandata. Un contatto presente non cancella l’assenza, ma può essere un contatto vero. Argo ci impedisce di chiamare «successo» soltanto l’arrivo e di saltare il costo del tempo.
Penelope: aspettare non significa rinunciare all’ingegno
Penelope ha difeso il proprio spazio dentro una situazione che non controlla del tutto. Promette ai pretendenti che sceglierà quando avrà terminato il sudario per Laerte; di giorno tesse, di notte disfa. L’espediente dura finché viene scoperto. Il suo ingegno lavora sul tempo, mentre quello di Ulisse ha lavorato sul mare.
Quando parla con il marito travestito, non ha ancora una prova sufficiente della sua identità. Euriclea lo riconoscerà da una cicatrice mentre gli lava i piedi; Penelope deve attraversare un altro percorso. Non è un premio da ritirare dopo aver sconfitto i mostri. È una persona che valuta ciò che accade.
Nel palazzo la gara dell’arco conduce alla rivelazione e all’uccisione dei Proci. Il canto XXII contiene anche violenze contro persone in posizione servile. Non dobbiamo trasformare quel massacro in una tecnica moderna per «riprendersi la vita». Appartiene al mondo eroico e ai suoi rapporti di potere; leggerlo richiede di vedere anche ciò che oggi ci interroga o ci respinge.
Persino dopo la vittoria Penelope resta cauta. Il ritorno pubblico del re non basta a ricostruire automaticamente l’intimità. La casa è stata riconquistata; il riconoscimento fra due persone è ancora da compiere.
Il letto d’ulivo: un punto fermo che non vive di proclamazioni
Penelope fa ordinare che il letto venga spostato fuori dalla camera. Ulisse reagisce: come sarebbe possibile? Lo ha costruito intorno a un ulivo vivo, lavorando il tronco come sostegno e costruendo la stanza attorno a quel nucleo. Per muoverlo bisognerebbe recidere la radice.

La sua conoscenza di quel segreto consente a Penelope di riconoscerlo. Il segno non è una bella dichiarazione generica. È il dettaglio di qualcosa costruito insieme, o comunque appartenente alla loro storia comune. Dopo tanti nomi falsi e tante apparenze, il racconto arriva a una prova concreta.
Possiamo leggere l’ulivo come una figura della continuità: cambiano abiti, mezzi e condizioni, mentre alcuni legami restano un criterio. Ma questa lettura non obbliga nessuno a conservare relazioni dannose o a tornare a ogni costo nel passato. Una radice utile sostiene una vita; non deve imprigionarla.
Il punto fermo può essere un modo di trattare gli altri, una responsabilità scelta, una pratica che ti fa riconoscere la tua direzione. Per trovarlo, guarda un gesto verificabile: che cosa continuo a fare anche quando cambia la forma della mia giornata?
Il ritorno a Itaca non finisce con una porta chiusa
Il canto XXIII non promette una quiete definitiva. Ulisse riferisce a Penelope la profezia di Tiresia, che prevede un altro viaggio e la riconciliazione con Poseidone. Nel canto XXIV incontra Laerte, mentre i parenti dei Proci cercano vendetta. La pace arriva attraverso l’intervento di Zeus e Atena, che interrompe il conflitto.
Il lieto fine, dunque, comprende un lavoro ancora aperto. Tornare a casa non rende inesistenti le conseguenze. E il protagonista non diventa una figura immobile: conserva un futuro da attraversare.
Qui seguiamo l’Odissea. L’Ulisse di Dante, che racconta un ultimo viaggio oltre le colonne d’Ercole, appartiene a una riscrittura medievale con un’altra funzione. È affascinante, ma non lo aggiungiamo come se fosse l’ultimo capitolo del poema omerico.
Una piccola rotta Lazy, quando il piano non tiene
Ulisse e il ritorno a Itaca ci lasciano un esercizio, non una garanzia. Prendi un problema ordinario: una routine saltata, un lavoro impantanato, una conversazione rimandata. Scrivi tre righe.
- La direzione: che cosa voglio proteggere o raggiungere, in termini concreti?
- Il mezzo: quale parte del piano posso cambiare senza tradire quella direzione?
- Il prossimo gesto: quale azione piccola posso fare, e da che cosa vedrò che l’ho fatta?
Se vuoi leggere con continuità, la direzione può restare leggere; il mezzo può passare da un’ora serale a due pagine dopo il caffè. Se vuoi chiarire un rapporto, il gesto può essere proporre un momento per parlarne. Se il problema richiede una competenza che ti manca, il passo può essere chiedere aiuto. Nessuno di questi gesti garantisce il risultato.
Rivedi le tre righe quando cambiano i fatti. A volte scoprirai che il mezzo era sbagliato. Altre volte sarà la destinazione a non corrisponderti più. La fedeltà a se stessi non si misura soltanto nella capacità di insistere: richiede anche onestà su ciò che stai scegliendo oggi.
Sulla spiaggia Ulisse non riconosce casa sua. Deve ascoltare, guardare meglio, ricevere aiuto. La sua identità non sta in una posa eroica conservata per vent’anni. Sta anche nella possibilità di cambiare gesto e, quando serve, lasciare una zattera andare.
Il ritorno a Itaca: le domande su Ulisse
Quanto tempo impiega Ulisse a tornare a Itaca?
La tradizione del poema colloca il ritorno nel ventesimo anno dall’assenza: dieci anni per la guerra di Troia e altri dieci per il viaggio. L’Odissea racconta direttamente una fase finale e ricostruisce molte avventure precedenti attraverso il racconto di Ulisse.
Perché Penelope mette alla prova Ulisse?
Vuole un segno affidabile dopo anni di assenza e racconti incerti. Il segreto del letto costruito intorno all’ulivo permette un riconoscimento personale, distinto dalla vittoria nel palazzo.
Che cosa significano nostos, metis e xenia?
Nostos indica il ritorno a casa; metis l’intelligenza pratica e astuta; xenia il rapporto di ospitalità fra ospite e straniero. Sono parole del contesto greco, utili per leggere il poema senza ridurlo a una lista di qualità moderne.
Le quattro scene di Ulisse su LazyPaint
Puoi ritrovare le quattro illustrazioni nell’album LazyMyth di LazyPaint: la tempesta, l’approdo, Argo e il letto d’ulivo. Ogni scena comprende la versione a colori e la tavola da colorare; i file di stampa sono preparati in A4 e Letter orizzontali.
Per continuare a leggere: Edipo Re e il prezzo della verità e Quetzalcóatl, l’ingegno e gli aiuti minuscoli.
Fonti e nota editoriale
Riscrittura originale in italiano del poema attribuito a Omero, verificata sul testo in traduzione di Samuel Butler conservato nell’Internet Classics Archive del MIT. La traduzione usa talvolta i nomi latini delle divinità; qui manteniamo quelli greci. Per Argo è stata consultata anche la traduzione di A. T. Murray nel Perseus Digital Library della Tufts University.
- Canto V: Calipso, zattera, Leucotea, approdo e riposo.
- Canto VI e canto VII: Nausicaa e l’accoglienza dei Feaci.
- Canto IX e canto XII: Polifemo, Sirene, Scilla e buoi del Sole.
- Canto XIII e canto XVI: Itaca, Atena e il riconoscimento con Telemaco.
- Canto XVII, Perseus: Argo; canto XIX: Penelope, la tessitura e la cicatrice.
- Canto XXII, canto XXIII e canto XXIV: violenza nel palazzo, letto d’ulivo, Laerte e pace.
Le immagini reinterpretano i personaggi come animali e aggiungono pose, ambienti e dettagli simbolici indicati nelle didascalie. Le riflessioni quotidiane non sono citazioni di Omero né prescrizioni cliniche. Il racconto conserva anche perdite, responsabilità e ambiguità dell’eroe.

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